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Cani da soccorso nelle valanghe: eroi insostituibili in montagna

Scienza e tecnologia hanno fatto passi da gigante, ora sciatori e alpinisti hanno a disposizione l’Arva, che in caso di valanga permette ai soccorritori di individuare il punto in cui la persona è stata seppellita. Un piccolo aggeggio elettronico che può salvare una vita.

Migliorie che però non hanno sostituito l’uso di cani da valanga, gli «eroi a quattro zampe delle Alpi», che sono stati i protagonisti di un dibattito a Courmayeur. Con un esempio Lucio Trucco, guida alpina di Cervinia e uomo del Soccorso alpino, ha reso bene l’idea: «Anni fa, su una valanga piuttosto stretta, ma lunga almeno 200 metri, siamo arrivati con l’elicottero io e un collega. Eravamo appena scesi e stavamo dando disposizioni per chiedere rinforzi, quando abbiamo visto “Zeus” 70 metri più in su che stava già scavando. Noi ci stavamo ancora organizzando e lui aveva già trovato la persona seppellita sotto dalla neve. L’abbiamo tirata fuori, si è salvata. Non sempre va così bene, ma l’aiuto dei cani è ancora fondamentale». «Zeus» è un border collie oggi a riposo dopo aver lavorato con Trucco 13 anni. «Quando dico “cerca” il cane parte in meno di un secondo, inizia ad annusare l’aria e appena percepisce l’odore umano sotto la neve scava e non si ferma più. Non c’è macchina che sappia fare altrettanto».

A condurre la serata Raffaella Nobbio, con Trucco anche Daniele Ollier, guida alpina e agente della guardia di finanza di Courmayeur, entrambi conduttori di cani. Con loro c’era anche «Malice», il cane che oggi accompagna Trucco nelle ricerche: è un pastore belga malinois, ha due anni e non lo molla di un passo. «Malice» è femmina e vispa. E Ollier spiega: «Devi essere il sole per il tuo cane». E questo vale anche per i cani da compagnia, ma a maggior ragione per i cani usati nelle ricerche, quelli da valanga, quelli antidroga, quelli che cercano valuta o quelli da lavoro.

«L’addestramento – ancora Ollier – dura almeno due anni, con un cucciolo è più semplice, è come una lavagna pulita, ci scrivi quello che vuoi tu». A sentire Trucco e Ollier sembra facile: «Per loro il lavoro, i soccorsi, devono essere un gioco». E quindi l’addestramento è giocoso, si basa sul meccanismo «stimolo-risposta-rinforzo». «Il rinforzo è un premio, un gioco, una pallina o qualcos’altro», un oggetto che l’animale desidera, che lo gratifichi. «I cani – aggiungono – vanno premiati quando fanno le cose giuste, non puniti quando sbagliano, così imparano, è garantito».

Il primo passo è scegliere il cane giusto, deve essere predisposto. Alcune razze sono più portate, il collie e il pastore belga in primis, ma anche il pastore tedesco. Poi, però, bisogna trasformarli in cani da valanga. «E non è facile», ammette Trucco. I primi mesi sono dedicati alla creazione del rapporto, il cane deve capire chi è il suo padrone, vederlo come «un sole». «Poi iniziamo a nasconderci sotto la neve sotto ai suoi occhi, lui scava e lo premiamo». Il secondo passo è seppellire il padrone senza fare vedere all’animale il punto, al «cerca» lui parte, riconosce l’odore del suo conduttore, della persona a cui vuole bene, sente la traccia e scava. «E arriva il premio. Alla fine assocerà l’odore delle persone sotto alla neve al suo premio». E il gioco è fatto. «O quasi – precisano – perché poi bisogna formare i conduttori, e la formazione, in quel caso, è più lunga».

lastampa.it

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